«...la vita è un brivido che vola via/è tutt'un equilibrio sopra la follia...» (Sally, Vasco Rossi)

[Pinerolo] ...Vista dall’alto, posta com’è all’imboccatura di due bellissime valli, ai piedi delle Alpi Cozie, davanti a una pianura vastissima, seminata di centinaia di villaggi, che paiono isole bianche in un mare verde e immobile, è la città più bella del Piemonte [...].
(Edmondo De Amicis,"Alle porte d'Italia", Roma 1884)

martedì 27 gennaio 2015

Stalking, un convegno a Sacile giovedì 29 gennaio

 

"Stalking, un crimine sottovalutato e difficilmente dimostrabile", è il titolo del convegno che il Lions Club di Sacile organizza per giovedì 29 gennaio, a partire dalle ore 20,30, presso la sala Caminetto di Palazzo Ragazzoni (viale Zancanaro, Sacile). Parteciperanno l'avvocato Paolo Lazzaro, del foro di Pordenone, e la dr.ssa Valentina Ventura, medico legale. Modererà l'incontro l'avvocato Francesco Santini.

lunedì 26 gennaio 2015

La retorica di Vendola

 

«Noi non vogliamo annunciare un fatto magico, la improvvisa nascita di un nuovo soggetto politico. Siamo una comunità tra tante altre comunità. Dentro le sinistre ci sono tante cose che hanno valore e che devono arricchirsi reciprocamente. Noi non siamo i primi e non siamo i migliori. Noi non vogliamo mettere l’imprimatur su un processo che deve vedere la cessione di sovranità da parte di ciascuno, perchè insieme si possa fare un avanzamento. Non sciolgo Sel, e non dico a questa comunità di fare un passo indietro» [...]  «un coordinamento non fatto da leader ma da tutti coloro che sono interessati ed essere protagonisti. Dovrebbe lavorare per tutto il mese di febbraio per il rimescolamento dei popoli. Compagni e compagne di tutte le compagnie in cui sia consentito che ciascuno tenga la propria tessera. Dovrà essere consentita la doppia militanza»

Così ieri, a Milano, il presidente di Sel, Nichi Vendola, nel delineare il nuovo cantiere della sinistra, verrebbe da dire l'ennesimo (se n'è perso ormai il conto), con parole che denunciano, allo stesso tempo, l'apertura verso il superamento del suo partito, ma non il suo scioglimento, un nuovo "soggetto" al quale le persone potranno iscriversi, mantenendo però la tessera del partito di partenza, parole rivolte più che al "popolo" alla nomencaltura di Sel e degli altri partiti alla sinistra del Pd, insomma tutto e il suo contrario, tenuti insieme da una capacità oratoria che non incanta più, vuoto esercizio retorico sganciato dalla realtà.

domenica 25 gennaio 2015

Il mestiere del giornalista nel mondo dell'on line, un convegno a Pordenone

 


Ieri mattina, a Pordenone, in un incontro organizzato dall'Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia, Daniele Mastrogiacomo de la Repubblica e Carlo Felice Dalla Pasqua de Il Gazzettino, hanno parlato di "Giornali on line e nuove tecnologie"

Daniele Mastrogiacomo ha parlato della rilevanza sempre maggiore che ha per il pubblico l'informazione on line (quotidiani e social network), un processo che trova conferma anche nella diminuzione delle copie cartacee vendute. La possibilità dell'aggiornamento in tempo reale delle notizie determina il successo della modalità web, aspetto che comporta, per il lavoro del giornalista, alcune novità rispetto al passato. Innanzitutto, il peso delle agenzie di stampa tra le fonti d'informazione viene via via soppiantato da twitter; la velocità nell'aggiornamento dei siti è diventata la parola d'ordine, aspetto che può determinare errori di valutazione sull'attendibilità delle notizie; il lavoro viene fatto nel chiuso di una redazione, a discapito della possibilità di verificare sul campo le notizie apprese dalla rete. In questo quadro, al giornale cartaceo resta la funzione, importante, di approfondimento delle notizie della giornata, anche perché il web non si presta alla lettura di lunghi testi. Il sito Inchieste - la Repubblica, diretto dallo stesso Mastrogiacomo, cerca di portare sul web il filone dell'approfondimento, con un numero di battute comunque inferiore a quello del giornale in edicola, e utilizzando strumenti che il cartaceo non può fornire, in primo luogo i video a corredo dello scritto.

Carlo Felice Dalla Pasqua ha parlato dell'attuale sistema di "informazione diffusa", con la moltiplicazione dei "cancelli d'entrata" alle notizie. L'affermazione dell'on line rispetto alla carta, porta alla riduzione dei costi di esercizio per le imprese editoriali e alla graduale eliminazione del "lettore medio", al quale si rivolgeva il tradizionale giornale cartaceo, e la sua sostituzione con prodotti che si rivolgono a settori specifici di pubblico. Le conseguenze di questa rivoluzione sono le crisi aziendali, il dimagrimento delle redazioni, la sfida all'ultima notizia tra i siti dei quotidiani e i social. La professione giornalistica deve prendere atto di questo cambiamento aggiornando le proprie competenze.

Daniele Mastrogiacono ha concluso affermando la specificità del mestiere del giornalista, nella sua capacità, nel frastuono assordante di notizie, di pubblicare quelle verificate, costruendo il filo del racconto della giornata attraverso i fatti che hanno lasciato il segno.

Uno scambio di opinioni su Giorgio Napolitano, con Vincenzo Cerceo

 (Giorgio Napolitano con Enrico Berlinguer e Giancarlo Pajetta)

Ho ricevuto da Vincenzo Cerceo, che ringrazio, un commento sulla figura dell'ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in particolare sul suo tragitto all'interno del Partito Comunista Italiano. In fondo al contributo di Cerceo, un mio commento.

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Giorgio Napolitano, un anticomunista



"Serve una battaglia contro l’estremismo anticomunista di Libertini”. Era l’anno 1967, quando, durante una riunione del direttivo del PCI, Giorgio Napolitano tentava, inutilmente, di mobilitare il non più ora esistente, e tanto meno rimpianto, Partito Comunista Italiano, o almeno sedicente tale, contro un uomo corretto che i decenni successivi avrebbero dimostrato essere, alla prova dei fatti, un marxista autentico, il, lui si rimpianto, Lucio Libertini, dalla memoria marxista incontaminata e non ambigua. In effetti, se si volessero cercare, ora a posteriori, prove sugli errori tattici di lunga durata, oltre che strategici, di quel PCI che tanto ha concorso alla distruzione, ora sotto gli occhi di tutti, della sinistra italiana, l’esempio più macroscopico e inevitabile, sarebbe proprio quello della carriera politica dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e sarà necessario indagare, storicamente, più a fondo sui meccanismi in base ai quali all’interno del vertice di quella struttura fu dato sempre spazio determinante ad un personaggio che, in sostanza, prove di distanza dal marxismo ne aveva date a sufficienza in ogni circostanza; sempre con le cautele tattiche, naturalmente, di chi non ha voluto urtare più del necessario le maggioranze interne così bene inserite nel sistema consociativo del dopoguerra (il PCI votava il 90% delle leggi governative) ma che ha sempre comunque perseguito una linea chiarissima: demolire gradualmente, progressivamente, con pazienza certosina e con grande determinazione, l’identità marxista di quel PCI in cui la diversità di una base sinceramente marxista, se pur succube di un vertice che non era invece più tale (ma ci si atteneva alle leggi ferree della stalinistica disciplina di partito) era sempre più evidente rispetto a degli organi direttivi per i quali il marxismo era ormai soltanto un peso che impediva l’accesso al potere con annessi e connessi in termini di benefici personali. In questa ottica, se c’era naturalmente da allinearsi sulle posizioni filo-sovietiche che difendevano i carri armati contro l’Ungheria, il Napolitano era pronto ad allinearsi, salvo poi ritrattare tutto allorchè, da presidente della Repubblica, doveva celebrare quella insurrezione con il nuovo governo anticomunista ungherese, ma, all’interno degli organi direttivi del partito, si lavorava da parte sua seriamente di gomito sempre in funzione ideologica borghese. Non per nulla gli USA e la NATO lo avevano eletto a referente privilegiato. Ha fatto una luminosa carriera, ed il vertice è stato da lui toccato, quando ha posto la firma sulla legge sul lavoro di Matteo Renzi, quella che ha finito di distruggere i diritti dei lavoratori. Noi però lo ricordiamo soprattutto quando, ministro degli interni, a chi gli chiedeva di far luce sulle stragi di Stato e sui depistaggi, rispondeva: non sono qui per aprire armadi. Ovviamente, durante le cerimonie per le vittime di quegli anni, continuava ad augurare ai parenti di ottenere finalmente la verità su quelle stragi. Ora ha lasciato il vertice del potere. In molti ne sono contenti.



Vincenzo Cerceo
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Penso che Giorgio Napolitano abbia rappresentato nel Pci, meglio di altri, quella cultura di governo, che non significa secondo me arrendersi alle ragioni della conservazione, ma un serio tentativo di mettere in gioco le idee progressiste nelle condizioni date, una linea opposta a quella della testimonianza, che finisce per lasciare le cose come stanno. Concordo sul fatto che anche in Napolitano questo tragitto non sia sempre stato coerente, come nella sua posizione sui fatti d'Ungheria del 1956. Si tratta, comunque, di una linea che nel Pci data alla "svolta di Salerno", quando Togliatti iniziò a trasformare il Pci da partito rivoluzionario in "partito di massa", accettando (certo lo sfondo del mondo diviso in blocchi influì non poco su quella decisione) la collaborazione con Badoglio, contribuendo poi a scrivere la Costituzione. Se c'è da dire una cosa, è che quel processo impegnò il Pci per troppi anni, e che solo con la caduta del Muro di Berlino sia stato portato a compimento. Ringrazio ancora Vincenzo per le sue parole e per l'opportunità che mi ha dato per tornare su questi argomenti.

Gaetano Toro

venerdì 23 gennaio 2015

Istituito il Comitato per il quarantennale della morte di Pasolini

 

É notizia di qualche giorno fa che il ministro dei Beni Culturali, Franceschini, ha istituito una commissione tecnico-scientifica incaricata di coordinare e promuovere le iniziative per le celebrazioni del quarantennale della morte di Pier Paolo Pasolini (2 novembre 1975). Nelle parole del ministro raccolte dall'agenzia Adn-Kronos (qui), "l'Italia ha il dovere di ricordare Pasolini e di trasmettere alle nuove generazioni l'attualità del suo messaggio di ricerca e denuncia." 
 
Il Comitato, presieduto da Dacia Maraini, sarà composto da Carla Benedetti, Antonio Calbi, Graziella Chiarcossi, Roberto Chiesi, Ninetto Davoli, Mario De Simoni, Gianluca Farinelli, Angela Felice, Fabrizio Gifuni, Gloria Manghetti, Marta Ragozzino, Lidia Ravera, Emanuele Trevi, Gianni Torrenti e Walter Veltroni.

L'assessore alla Cultura della Regione Lazio e membro del comitato, Lidia Ravera, ha dichiarato, sempre all'Adn-Kronos, che Pasolini "è stato [...] un intellettuale provocatorio, spericolato, controcorrente. Ma attenzione a non imbalsamarlo, a non mummificarlo. Non trasformiamolo in una icona. Domandiamoci, piuttosto, che fine ha fatto oggi il coraggio di Pasolini?. Ho sempre avuto una grande ammirazione per Pasolini, un intellettuale che sapeva rischiare, che sentiva la necessità di capire, comprendere, che sapeva soprattutto saper guardare avanti con preveggenza, quasi profetica. Quello che lui scriveva negli anni '70 è diventato realtà, 30 anni dopo.''

Di rilievo, il fatto che nel Comitato sia stato coinvolto il Centro Studi Pasolini di Casarsa,  nella persona del suo direttore, Angela Felice, che così, tra l'altro, ha commentato la notizia con il Messaggero Veneto:

«Abbiamo sempre rifuggito la logica dell’evento che lascia il tempo che trova, [...], optando invece per un’attività continuativa, quasi certosina, spesso in sordina, supportato dalla collaborazione con studiosi italiani ed esteri, per iniziative di approfondimento e divulgazione, specie tra i giovani, come i convegni tematici, i cui atti, pubblicati da Marsilio costituiscono una collana, la prima di studi pasoliniani in talia, i momenti di incontro, le mostre e la partecipazione a manifestazioni anche estere».

giovedì 22 gennaio 2015

Pordenone: un ceto politico senza visione, preoccupato del proprio "particulare"

 


L'esigenza di semplificare la macchina dello Stato ai vari livelli, eliminando gli organi superflui, devolvendone le funzioni verso l'alto o verso il basso al fine di dare maggiore efficienza al sistema, con un conseguente risparmio di risorse, è un argomento, come sappiamo, molto sentito dall'opinione pubblica, e che ha trovato udienza anche nei programmi della quasi totalità, per non dire tutte, le forze politiche.

Per non fare un discorso generico, mi riferisco a ciò che sta avvenendo a Pordenone. Nell'ottobre dell'anno scorso, il consiglio provinciale è stato eletto dai consiglieri comunali della provincia, stadio intermedio di un processo - dettato da una legge regionale di riforma delle autonomie - che porterà al loro definitivo superamento su tutto il territorio del Friuli Venezia Giulia: le funzioni delle attuali province verranno ripartite tra i livelli comunale, regionale e quello, di nuova introduzione, delle unioni dei comuni. Per la cronaca, a Pordenone è stato eletto presidente della Provincia il sindaco del capoluogo, Pedrotti (centrosinistra), affiancato da due assessori.

Analogo riordino riguarderà probabilmente alcuni organi dell'amministrazione periferica dello Stato, come la prefettura, in predicato di essere soppressa.

Per altri enti pubblici, come la Camera di Commercio e la Fiera, sono in campo progetti di unificazione con la vicina Udine.

Fin qui, a mio parere, tutto bene, soprattutto in termini di coerenza tra il sentire dell'opinione pubblica e le decisioni della politica, verso la semplificazione e il risparmio di denaro pubblico. Inoltre, com'è noto, non è da oggi che si discute sull'utilità di mantenere in vita province e prefetture: il dibattito sulla soppressione delle province data all'Assemblea Costituente (1946-47), ripreso nel 1970 quando furono istituite le Regioni; riguardo le prefetture, istituto di origine napoleonica, tipico di uno Stato fortemente centralizzato, già nel lontano 1944 Luigi Einaudi ne propose la soppressione, e la Lega Nord nel 2014 ne ha fatto oggetto di richiesta di referendum abrogativo. 

In realtà, da diverse parti è salita la protesta contro un preteso declassamento che subirebbe Pordenone a seguito della soppressione della Provincia, della prefettura, dell'ipotetica fusione dell'Ente Fiera con quello di Udine, fino a parlare di un preteso "scippo". Chi sono queste "parti"? Si tratta in sostanza di un ceto politico e parapolitico (tra questi, Alvaro Cardin-presidentte della Fiera, Alessandro Ciriani-ex presidente della Provincia, Fratelli d'Italia, Michelangelo Agrusti-presidente di Unindustria Pordenone) che vede progressivamente  mancare il terreno sotto i propri piedi, e che per difendersi tira in ballo la "specificità" di Pordenone, le sue industrie, l'alta presenza di cittadini di origine straniera, insomma il proprio campanile, dipingendo un futuro da "colonia" di Udine (1), (2), (3). Di fronte a questi pianti, anche la maggioranza regionale di centrosinistra, con il vicepresidente pordenonese Bolzonello in prima fila, non si sottrae a fare la propria parte, come nel caso dell'opposizione alla soppressione della prefettura, quasi certamente per non lasciare al centrodestra il monopolio della protesta, giusto, forse, per farsi perdonare il superamento delle province regionali.

Si è capito, o almeno io ho capito, che criticare la pesantezza dello Stato, le sue inefficienze, va bene fino a quando ciò non si realizza (pur tra tante contraddizioni), perché quando si inizia a semplificare c'è sempre qualcuno che, tirando in ballo la perdita dell'identità di un territorio, in effetti vuole solo "salvare" la propria rendita di posizione. É un meccanismo, questo, che genera l'immobilismo, cioè quella malattia che tutta la classe dirigente, a parole, combatte, ma solo fino a quando non si sia trovata la medicina per guarirla, perché proprio in quel momento la giostra riprende e, come nel gioco dell'oca, si ritorna alla casella di partenza.

lunedì 19 gennaio 2015

L'esperienza di Radio Shock di Piacenza e un'intervista a Matteo Renzi

Ne ho sentito parlare la settimana scorsa nel corso della prima puntata del programma di Daria Bignardi, "Le invasioni barbariche" su La7, si tratta di RadioShock, l'emittente del Dipartimento di Salute Mentale della A.S.L. di Piacenza, alla quale collaborano gli ospiti del Centro. La Radio rientra in un progetto riabilitativo per pazienti psichiatrici, con l'obiettivo di superare la loro emarginazione e in generale le paure e i pregiudizi che accompagnano la malattia mentale. I redattori della radio si cimentano in interviste con personaggi in vista della città di Piacenza, le loro domande sono dirette e non si perdono in lunghe premesse, una lezione per tanti giornalisti. La settimana scorsa, vittima illustre di Radio Shock è stato il presidente del Consiglio Renzi, sottoposto a domande del tipo: «Si è fatto mai autogol?», “A quale personaggio “serio” ti ispiri?”. (qui dal sito de Il Piacenza). La cosa migliore è ascoltare l'intervista nel video qui sotto:
 


 

martedì 13 gennaio 2015

Le parole di Emma Bonino

 

Come abbiamo ascoltato dai notiziari di ieri, in un intervento a Radio Radicale, Emma Bonino ha parlato della sua salute, del tumore ad un polmone e della cura che sta seguendo, dando anche un messaggio a chi sta affrontando una malattia: 

"A tutti coloro che in Italia e altrove affrontano questa o altre prove voglio solamente dire che dobbiamo tutti sforzarci di essere persone e di voler vivere liberi fino alla fine, insomma io non sono il mio tumore e voi neppure siete la vostra malattia, dobbiamo solamente pensare che siamo persone che affrontano una sfida che è capitata".

Con poche parole, Emma Bonino ha dato una testimonianza di alto senso umano, traendo dal proprio dolore un messaggio di vita e di dignità.


domenica 11 gennaio 2015

Paolo Rumiz ricorda i triestini in divisa austro-ungarica

 

Venerdì scorso, Paolo Rumiz ha presentato a San Vito al Tagliamento il suo ultimo libro: Come cavalli che dormono in piedi  (Feltrinelli, 2014). Rumiz, incaricato da la Repubblica della realizzazione di un documentario sulla Grande guerra, è tornato fisicamente sul fronte di quel conflitto (partendo dalla "fine", dal Sacrario di Redipuglia), dormendo a volte nei pressi delle trincee, traendo da questa esperienza la consapevolezza che il contatto reale con i luoghi sia necessario per capire meglio la storia. Come cavalli che dormono in piedi è figlio di quel lavoro, isolando un fatto da molti dimenticato, e cioè i centomila trentini e giuliani che nella prima guerra mondiale combatterono nelle file dell'esercito austro-ungarico. Lo scrittore ha ricordato il periodo della Trieste asburgica, florido dal punto di vista economico e culturalmente vivo, e del suo non automatico destino di unione all'Italia. Il susseguirsi degli eventi storici, che ha visto il passaggio del Friuli all'Italia nel 1866 e di Trieste nel 1918, la presenza, quindi di una frontiera che divideva l'attuale Friuli Venezia Giulia, secondo lo scrittore si perpetua tuttora nelle menti delle persone che abitano il territorio regionale, alla base, ad esempio, della storica rivalità tra Udine e Trieste

Il furto degli appunti di viaggio raccolti da Rumiz per la produzione del documentario e quindi del libro, ha portato lo scrittore a ricostruire il materiale raccolto attraverso la memoria, procedimento che ha consentito, nelle parole di Rumiz a San Vito, di aggiungere al racconto un ulteriore elemento emozionale.