
La vita di Giorgio Canciani, esponente comunista triestino scomparso nel 1998, è l’oggetto del libro che Maria Tolone, docente di materie letterarie presso le scuole medie superiori a Trieste e giornalista, ha dato alle stampe con il titolo “Un comunista, un uomo libero”. Il testo è una molto ben documentata ricostruzione dell’attività di Giorgio "Jure" Canciani, operata attraverso una ricerca presso pubbliche istituzioni (quelle dove operò il protagonista, Comune di Trieste ed “Ente porto”), pubblicazioni ed anche testimonianze orali di chi lo conobbe, prima tra tutti la sua compagna di vita, Megi Pepeu. Corredano il libro la prefazione di Fausto Bertinotti, una serie di fotografie ed un’appendice documentaria.
Qual è l’immagine che il libro restituisce di Giorgio Canciani? E’ quella di un militante che ha sempre anteposto l’interesse delle persone che incontrava a quelli personali, uno che credeva nei lavoratori che rappresentava e che nel loro nome, proprio perché “disinteressato”, non ha mai fatto sconti all’avversario di turno. Un militante che anche all’interno del partito in cui ha vissuto per la maggior parte dei suoi anni, il Pci, ha sempre obbedito alla sua coscienza, anche se questo lo ha portato in minoranza. Canciani ha fatto del suo appartenere alla minoranza slovena di Trieste, non una rivendicazione in termini nazionalistici, ma un motivo per affermare il proprio internazionalismo, oggi diremmo “dialogo tra nazioni ed etnie diverse”. Nella Trieste del lungo dopoguerra, Canciani è in prima fila – anche fisicamente - nella difesa dei valori dell’antifascismo, in Consiglio comunale e poi all’”Ente porto” in difesa delle possibilità di lavoro per i triestini. Nel Pci è con Cossutta quando Berlinguer dichiara “l’esaurimento della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre”, contro Occhetto e la nascita del Pds, quindi per Rifondazione Comunista (ne è stato anche segretario provinciale). Nel Prc rimarrà fino alla fine, assistendo a poche settimane dalla sua scomparsa alla scissione di Cossutta e Diliberto. E’ stato infaticabile fino all’ultimo, anche quando la malattia che se lo porterà via avanzava implacabile. Ma l’immagine che resta è quella del militante che si “sporca le mani” montando il palco di una festa dell’Unità, palco dal quale qualche ora dopo avrebbe preso la parola.
Qual è l’immagine che il libro restituisce di Giorgio Canciani? E’ quella di un militante che ha sempre anteposto l’interesse delle persone che incontrava a quelli personali, uno che credeva nei lavoratori che rappresentava e che nel loro nome, proprio perché “disinteressato”, non ha mai fatto sconti all’avversario di turno. Un militante che anche all’interno del partito in cui ha vissuto per la maggior parte dei suoi anni, il Pci, ha sempre obbedito alla sua coscienza, anche se questo lo ha portato in minoranza. Canciani ha fatto del suo appartenere alla minoranza slovena di Trieste, non una rivendicazione in termini nazionalistici, ma un motivo per affermare il proprio internazionalismo, oggi diremmo “dialogo tra nazioni ed etnie diverse”. Nella Trieste del lungo dopoguerra, Canciani è in prima fila – anche fisicamente - nella difesa dei valori dell’antifascismo, in Consiglio comunale e poi all’”Ente porto” in difesa delle possibilità di lavoro per i triestini. Nel Pci è con Cossutta quando Berlinguer dichiara “l’esaurimento della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre”, contro Occhetto e la nascita del Pds, quindi per Rifondazione Comunista (ne è stato anche segretario provinciale). Nel Prc rimarrà fino alla fine, assistendo a poche settimane dalla sua scomparsa alla scissione di Cossutta e Diliberto. E’ stato infaticabile fino all’ultimo, anche quando la malattia che se lo porterà via avanzava implacabile. Ma l’immagine che resta è quella del militante che si “sporca le mani” montando il palco di una festa dell’Unità, palco dal quale qualche ora dopo avrebbe preso la parola.









