
Sul Gazzettino di ieri, edizione di Pordenone, un articolo ha dato notizia di una lettera inviata da un gruppo di iscritte al Partito democratico provinciale ai candidati alla segreteria nazionale e regionale. Il tema è la pillola abortiva RU 486, e la richiesta avanzata ai candidati quella di manifestare una posizione chiara a favore del suo utilizzo, peraltro già autorizzato dall'organismo competente, l'Agenzia italiana del farmaco. Che cosa ha allarmato le iscritte al Pd pordenonese? Il fatto che la settimana scorsa, al Senato, la rappresentante del Pd, Dorina Bianchi, abbia votato con il centro-destra per la istituzione di una commissione d'inchiesta sul nuovo farmaco. E l'obiettivo, anche se non palese, di chi ha voluto la commissione è quello di mettere in discussione la possibilità di ricorrere alla Ru 486. Oggi, sul medesimo quotidiano, la risposta della candidata alla segreteria regionale Debora Serracchiani. Da una parte la Serracchiani ha riconfermato la validità della legge 194 e della pillola abortiva, affermando poi l'esigenza che il Pd al Senato avrebbe dovuto manifestare una posizione chiara e unanime; dall'altro (in pieno stile 'ma anche'), ha richiamato l'assenza di "vincoli di mandato" per i parlamentari, legittimando così la posizione della Bianchi. Che cosa dire? Che in questo modo il Pd rimane ancora qualcosa di indefinito e senza una linea riconoscibile. Che non si possono 'coprire' tutte le posizioni, anche opposte, nel nome di un nobile principio costituzionale, appunto quello dell'assenza del "vincolo di mandato" per i parlamentari.




