Dalle intercettazioni pubblicate sui giornali, è emerso quindi che don Verzé, il prete-manager (già questa una contraddizione) fondatore del "San Raffaele di Milano - per le notizie che già si avevano non certo un esempio di vita evangelica, anzi il suo contrario -, intesseva rapporti con l'allora direttore del Sismi Nicolò Pollari, generale della Guardia di Finanza, al quale chiedeva che le Fiamme Gialle "visitassero" il proprietario di un terreno, al fine che questi "cambiasse" la sua opinione sulla cessione dello stesso alla fondazione (e un controllo della Finanza, come ha scritto Francesco Merlo su la Repubblica del 2 dicembre, ci fu effettivamente). Un metodo, quello di don Verzé, che si può comodamente chiamare mafioso senza virgolette e che l'autodefinizione di "Cristo in croce" non fa altro che aggravare, nel senso che non si capisce quale sia il legame tra don Verzé stesso e la croce appuntata sul bavero della sua giacca. Sempre in tema di Guardia di Finanza, riporto la notizia (su segnalazione di Lorenzo Lorusso, presidente del Movimento dei finanzieri democratici) dell'arresto di un maresciallo in servizio alla "tributaria" di Brindisi con le accuse di corruzione, rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento personale (per i particolari, leggi qui): un caso, certo, per diversi aspetti diverso da quello che ha visto come co-protagonista il generale Pollari (i ruoli ricoperti sono diversi e Pollari non risulta indagato nell'inchiesta sul "San Raffaele"), ma che, in attesa della conclusione dell'inchiesta e degli eventuali gradi di giudizio, è emblematico di come alcuni uomini in divisa intendano la loro "missione".
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